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Il territorio di ciascun giudicato risultava suddiviso in particolari circoscrizioni amministrative e fiscali, note con il nome di curatorie o partes, ciascuna delle quali raggruppava un certo numero di villaggi. Si trattava di veri e propri distretti elettorali ed amministrativo – giudiziari suddivisi in modo da ottenere una popolazione pressappoco uguale per ciascuno di essi. Ne conseguiva che le curatorie aventi una limitata estensione territoriale fossero, in realtà, le più densamente abitate mentre le più estese ospitassero numerosi centri meno rilevanti dal punto di vista demografico. Durante l’epoca giudicale e pisana esistevano circa 60 province o curatorie di cui una ventina nel solo Logudoro.
In caso di incremento o regresso demografico la mappa del giudicato veniva ridisegnata per mezzo di divisioni e accorpamenti fra i territori delle diverse curatorie fino al raggiungimento di un nuovo equilibrio.
Due o più centri associati, aventi in comune uno stesso territorio e situati a breve distanza l’uno dall’altro, prendevano il nome di scolca. Il vocabolo ci rimanda all’epoca giudicale ed alto bizantina, quando la scolca era costituita da un gruppo di persone armate aventi il compito di vigilare su tutti i beni e le proprietà presenti nel territorio delle villa. Ogni cittadino fra i 14 e i 70 anni doveva giurare di rispettare gli agri e le vigne e di non arrecar loro danno, pena pagamento di una pesante sanzione. Questo giuramento era detto jura de ischolcha, ed era ripetuto ogni anno nel mese di marzo.
L’unità amministrativa di base era la villa, la quale accoglieva gran parte della popolazione rurale. Dotata di terre private (habithathiones) e comuni (populares), costituiva il centro di un’economia chiusa di carattere prevalentemente agro – pastorale, in cui era prodotto quasi tutto ciò che occorreva per il fabbisogno locale.
Accanto alle ville esistevano agglomerati minori, per i quali le fonti documentarie riportano una nomenclatura varia: si tratta della domus, della domestia e della curtis). La domus consisteva, con ogni eventualità, in un complesso d’abitazioni rurali da cui dipendevano le zone circostanti: terreni coltivati (sottoposti a rotazione biennale), vigneti, orti, colture cerealicole, saltus. Per queste ultime si devono intendere terre incolte adibite al pascolo del bestiame minuto, alla raccolta della legna da ardere e dei frutti selvatici o ad altre forme di sfruttamento quali, ad esempio, la caccia. Nelle domus vivevano quanti, prevalentemente di condizione servile, erano impiegati nei lavori agricoli e nella pastorizia. La domestia (o domestica) era, al contrario, di dimensioni più ridotte tanto che, non di rado, poteva essere identificata con una frazione della domus. Domus e domestica erano entrambe patrimonio di un privato, normalmente di rango elevato.
La curtis, ugualmente presente nelle fonti, era, invece, un’unità lavorativa ed abitativa di dimensioni limitate, generalmente recintata, occupante una modesta estensione di terreno.
Verso la fine del XII secolo, questa nomenclatura tende a scomparire: rimane il solo termine villa (bidda), ad indicare un insediamento a volte frazionato, spesso microscopico, dotato di personalità giuridica e di un territorio delimitato composto, secondo la norma consueta, dal centro di abitazione, dai campi, dai prati, dalle vigne, dai saltus e dai corsi d’acqua.
Caratteristica tipica dell’insediamento rurale sardo durante tutto il Medioevo è la sua estrema mobilità. Ai casi di abbandoni definitivi si aggiungono quelli temporanei (testimoniati da spostamenti rispetto al sito d’origine o da nuove denominazioni) che si calcola abbiano interessato circa il 15% dei villaggi esistenti nel primo ottocento.
Il carattere movimentato dell’abitato va ricondotto, fondamentalmente, al cronico sottopopolamento dell’isola che si riflette in una bassissima densità per chilometro quadrato, costante per tutte le epoche. L’estrema rarefazione umana va attribuita, più che a fenomeni di carattere eccezionale quali carestie, pestilenze e guerre, ad un elevato grado di mortalità infantile e giovanile, accompagnato da un basso tasso di natalità, testimoniati anche dal numero ridotto di persone per nucleo familiare. Alla base di tali fenomeni possono essere collocate, in primo luogo, le carenze alimentari e le precarie condizioni igieniche tipiche delle popolazioni rurali più povere, soprattutto delle regioni più interne.
Sui fisici debilitati dalla malnutrizione infierivano, poi, le pessime condizioni igieniche. I rifiuti erano accumulati nelle strade, i defunti sepolti nelle chiese o in prossimità di esse. Le stesse abitazioni, in base a quanto si desume dalla documentazione scritta, apparivano decisamente rudimentali e povere: le case erano dotate, normalmente, di un solo piano, con pavimento in terra battuta e spesso prive di finestre per la fuoriuscita del fumo del focolare. La copertura poteva essere in frasche o altro materiale deperibile; l’evidenza archeologica testimonia, ad ogni modo, un diffuso utilizzo di coppi in terracotta (teule).
Condizioni igieniche precarie erano dovute, in parte, anche alla presenza di diffusi acquitrini, spesso causa di trasferimento per intere popolazioni in fuga dalle esalazioni malariche. All’elevato tasso di mortalità si accompagnava una natalità piuttosto bassa motivata, in parte, dal frequente matrimonio tardivo delle giovani prive di beni. La necessità di procurarsi il corredo, il mobilio e le stoviglie necessarie per poner domus, accompagnata dalla scarsa sollecitudine dei genitori, timorosi di perdere braccia preziose per il lavoro domestico e per quello nei campi, contribuiva a spostare in avanti la soglia del matrimonio, celebrato, di norma, 10 anni dopo l’ingresso nella età pubere. Il celibato involontario era, inoltre, spesso alimentato da uno squilibrio fra i due sessi, riconducibile all’isolamento e alle ridotte dimensioni di numerosi centri rurali.
Nell’ambito di questi fenomeni di carattere generale, che fanno da sfondo a tutta la storia demografica del Medioevo sardo, è possibile riconoscere alcuni grandi movimenti di fondo.
Tra l’ultima parte del X e l’inizio del XI secolo si registra un primo incremento demografico di cui si ignora la autentica portata a le cause profonde che lo hanno determinato. Questo movimento, nel mondo rurale, si traduce in un’opera di colonizzazione: la popolazione tende a spostarsi dalle zone montuose dell’interno alle pianure costiere e ai litorali (incoraggiata anche dalla relativa sicurezza delle coste, acquisita in seguito alla vittoria pisano – genovese del 1016) e, parallelamente, una grande quantità di terre viene dissodata, bonificata e messa a coltura.
Numerosi centri (come Saccargia, Silki, Plaiano) si sviluppano in prossimità di chiese, monasteri ed abbazie per offrire ospitalità ai laici impegnati nel lavoro dei campi di proprietà dei monaci; altre fondazioni sono legate agli interessi commerciali di Pisa e Genova (Porto di Alghero, Castelgenovese); numerosi borghi si sviluppano nei pressi dei castelli, offrendo rifugio e protezione alle famiglie delle soldatesche.
A partire dal XIII secolo si registra una concentrazione demografica verso i centri urbani e verso un numero ristretto di grossi borghi che raggiungono, in alcuni casi, i 1000 – 2000 abitanti, contro una media regionale di 150. I poveri lasciano la campagna per la città o emigrano verso centri di fondazione recente che godono di un regime fiscale più favorevole. L’abbandono dei centri rurali, più evidente in alcune regioni (come quelle agro – pastorali dell’interno e quelle cerealicole ubicate nel contado di Sassari), si verifica ancora prima della catastrofe demografica che decimerà la popolazione dell’isola nel periodo immediatamente successivo.
Al momento dello sbarco catalano – aragonese la Sardegna era una delle regioni più urbanizzate d’Europa, con circa il 30 – 40% della popolazione concentrata nelle città e nei grossi borghi dei dintorni di Cagliari, Sassari e Oristano. Gran parte dei villaggi rurali, sebbene di modeste dimensioni, resistette abbastanza bene alle sciagure del primo periodo aragonese; il numero medio di abitanti delle campagne si ridusse complessivamente di un terzo, quello dei centri abitati del 10 – 12%. Una svolta fu segnata non dalla peste nera del 1348 – 1350 che, importata in Europa dalle navi genovesi si diffuse anche nell’isola spopolando interi villaggi e regioni, ma dalla lunga guerra di ribellione condotta dai giudici di Arborea, tra 1365 e 1420, contro l’occupante aragonese: gli scontri e la presenza di uomini armati da sfamare nel territorio causarono un brusco depauperamento delle scorte cerealicole, accrescendo il rischio di carestie e di propagazione di epidemie. La situazione rimase a lungo estremamente instabile, con tentativi di ripopolamento seguiti da nuovi abbandoni. Anche le città persero abitanti: Sassari nel 1358 contava solo 700 uomini atti alle armi fra catalani, sardi e corsi.
Seguirono due ondate successive di abbandoni: la prima si protrasse fino al 1420 (termine della guerra d’Arborea); la seconda ebbe fine verso il 1478 con la battaglia di Macomer. Non tutti gli abbandoni furono definitivi; circa la metà dei villaggi momentaneamente abbandonati e poi risollevatisi non visse, però, a lungo.
Il recupero demografico, già iniziato verso la fine del periodo catalano – aragonese, condusse, più che altro, alla crescita talvolta smisurata dei villaggi sopravvissuti, che proseguì fino al XVIII secolo.
L’altalenante andamento demografico – economico, tipico della storia del popolamento sardo, si tradusse in insediamenti dalle caratteristiche differenziate.
L’incremento della popolazione e il progresso agricolo dei secoli XII – XIII comportarono, infatti, un moltiplicarsi di centri abitati caratterizzati dalla tipica configurazione “a grappolo”, vale a dire, diversi villaggi vicini collegati fra di loro.
Al contrario, con la concentrazione demografica del Trecento, gli insediamenti minori vennero progressivamente inglobati dal centro originale o maggiore, oppure scomparsero del tutto nel corso dei secoli XIV – XVII, insieme alle altre piccole sedi di insediamento sparse nel territorio.
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“E’ in quest’ultimo tratto che sorge la prima parte di Nuoro. Si chiama Sèuna, e sorge per modo di dire perchè un nugolo di casette basse, disposte senza ordine, o con quell’ordine meraviglioso che risulta dal siordine, tutte a un piano, di una o, le più ricche, di due stanza, col tetto di tegole arruginite, lo spiovente verso la cortita dal pavimento di terra come Dio l’ha fatta, il cortile chiuso da un muro a secco come si chiudono le tanche, l’apertura verso la strada sbarrata da un tronco messo di traverso, e davanti a questa singolare porta quel capolavoro di arte astratta che è il carro sardo (…).
il muratore di Sèuna riceve dalla povertà il senso delle prospettive delle proporzini, tanto è vero che quando torna un arricchito e si fa una casa da ricco, viene fuori una stonatura: è come una donna che abbia lasciato il lungo costume e metta in mostra le gambe storte. I seunesi sono tutti contadini, dal primo all’ultimo, fanno paese nel paese e si dice che costituiscano il necleo originario dell’insediamento. (….)
Comunque è certo che nessun pastore penserebbe mai di abiatare a Sèuna, dove si troverebbe degradato e spaesato. I pastori si raccolgono tutti nella parte opposta, nell’altro paese nel paese, che si chiama San Pietro, sebbene nessuna chiesa vi sia di questo nome. San Pietro, Santu Pedru, è il cuore nero di Nuoro (..) non ha colori: ha case già alte che danno su vie strette che non sono più vicoli, e per vedere il cielo bisogna guardare in su.
Salvatore Satta
Il giorno del giudizio
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“Nelle lisce muraglie di quelle antiche corrose case civili, c’era un varco invisibile, ma sicuro, ed erano le donne. ne erano tutte piene, perchè pareva che i nuoresi, quelli degni, avessero la vocazione del celibato; in realtà il matrimonio diventa impossibile a chi non conosce la semplicità della vita. Così deridevano quelle donne ricche e pallide che sognavanoe intristivano nella clausura, e apparivano qualche volta dietro i vetri come fantasmi, o uscivano per andare alla Messa. Gli estranei sapevano il valore, a parte anche l’eredità, di quelle donne, e d’altronde non si presentavano soltanto come cacciatori di dote, ma mettevano sulla bilancia la spada di Brenno della loro operosità. Le zitelle erano ben felici di lasciare nei lugubri palazzi il loro titolo di “donna” per abitare case linde e di cattivo gusto che già cominciavano a sorgere nella periferia”
Salvatore Satta
Il giorno del giudizio
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“Il fatto è che la casa di un notaio non può essere come la casa di un contadio di Sèuna, con la sua corte, il suo rustico patio, la catasta della legna, le loriche per il giogo, e in fondo la cucina col focolare in mezzo alla stanza: questa si è fatta da sè attraverso i secoli, come l’uccello si fa il suo nido. Don Sebastiano ha bisogno di un ingegnere, e l’ingegnere è la nella casa di fronte, la casa signorile forse più vecchia di Nuoro, chiusa come un fortilizio, piena di donne e di matti, con le finestre sempre chiuse, le porte che si aprono solo per segnali convenuti. Don Gabriele Mannu (…) era ricco e viveva in miseria: ma era stato a Roma, aveva studiato, ed era tornato ingegnere, in un paese dove da cent’anni non si costruiva una casa. (…) E così stese disegni su disegni, clcoli su calcoli. Tutto bene, ma egli aveva in mente i palazzi di Roms, le scalee dove gli antichi salivano a cavallo e cos+ invece di una casa fece una scala, un vano immenso nel quale a ogni piano si aprivano dei buchi che erano stanze, una dentro l’altra, destinando al sacrificio e lla insofferenza la crescente famiglia. Vero è che la gente stupiva, guardando di là della soglia, di quell’atrio inutile e immenso, e cominciava a favoleggiare di chissà quali ricchezze, anche se il capomastro andava dicendo che senza il suo provvidenziale intervento Don Sebastiano sarebbe dovuto entrare carponi nel suo palazzo, tanto bessa era stata concepita dall’ingegnere l’architrave che reggeva la porta.
Salvatore Satta
il giorno del giudizio
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“I pastori, che passano nella tanca la maggior parte della loro vita e solo la domenica tornano al villaggio dalla moglie e dai figli, costruiscono sul luogo del pascolo una capanna di pietre sovrapposte solitamente senza calcina a mò di piccolo nuraghe; frequentemente queste capanne sono circolari e il tetto è di rami e frasche legati in alto con vinchi, in modo da formare una sorta di cono. Nel caso di soste passeggere ci si accontenta anche di capanne di canne. Queste capanne di pastori si chiamano in tutta la Sardegna pinnètta, in fonnese anche pinnèttu, da pinna. L’interno della pinnètta è anche più semplice di quello delle case. Pure qui al centro si trova il focolare; alle pareti sono appesi gli utensili per la mungitura e il fucile; qui sono appoggiate durante il giorno le stuoie arrotolate che di notte vengono distese accanto al fuoco; dalla parete pende, sostenuto da quattro funi, un kannìttu, per la conservazione del formaggio e spesso anche di altre cose. Talora nei villaggi sardi e anche nelle pinnèttas si vede un palo verticale con uno o più rebbi laterali forniti di ganci per appendervi la carne o altre cose…
…Attorno alla pinnètta si estende uno spazio circolare limitato da un muretto e da frasche, in cui spesso si trova l’ istàttu; a questo cortile centrale sono collegati, per mezzo di cancelli i singoli recinti destinati alle pecore, agli agnelli, alle capre, ai maiali, ai buoi, ai vitelli e ai cavalli. Per la cottura, le caldaie, le pentole e le padelle non sono fissate con catene o con ganci, ma poste su un treppiede di ferro…”
Max Leopold Wagner, La vita rustica della Sardegna riflessa nella lingua,1921
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1914 ante
Di fronte alla gradinata dell’attuale piazza S. Giovanni, nel tratto iniziale del corso Garibaldi, un carico di pietre da costruzione viene trasportato per mezzo del carro a buoi; accanto tre signori con abiti borghesi conversano tra loro. All’epoca, l’illuminazione pubblica era alimentata ancora a petrolio come si può dedurre dal lampione posto all’angolo della piazza.
«Dalla piazza, lo stradone provinciale, che attraversa il paese, prende il nome di Via Maggiore: c’è un lungo palazzo signorile, che con le sue logge e i suoi cornicioni, forma la meraviglia di Cosima; c’è, più giù, il caffè con le porte vetrate e, dentro, gli specchi e i divani, altra meraviglia di Cosima: e qua e là negozi e mercerie, botteghe di panno e botteghe di commestibili: ma quella che più interessa la nostra scolaretta è la libreria del signor Carlino, dove si vendono i quaderni, l’inchiostro, i pennini; tutte quelle cose magiche, insomma, con le quali si può tradurre in segni la parola, e più che la parola il pensiero dell’uomo», G. Deledda, “Cosima” [manoscritto autografo senza data], Nuoro, Ilisso, 2005, p. 55.
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1913 ante
Garantisce il riferimento all’abitato di Nuoro, oltre alla testimonianza dello stesso autore, anche l’indicazione del numero civico apposto al lato dell’ingresso, il che sembra confermare l’attinenza ad un centro urbano di discreta estensione. Interessa rilevare il mantenimento, nonostante lo sviluppo del nucleo abitativo, di diffusi esemplari della tipologia costruttiva delle zone interne, specialmente nei quartieri popolari. Il modello edilizio, in cui predomina l’elevazione su più livelli, richiama le forme architettoniche tipiche del quartiere dei pastori di S. Pietro. Lo spazio del cortile antistante, di solito, come in questo caso, circoscritto da un muretto a secco e spesso condiviso da più abitazioni, costituiva un caratteristico centro di aggregazione comunitaria. Distintivo dell’area del Nuorese, il balcone ligneo chiuso superiormente dal prolungamento dello spiovente del tetto che pilastri anch’essi di legno sostengono ad intervalli più o meno regolari.
Immagini di viaggio dalla Sardegna / Max Leopold Wagner, a cura di G. Paulis, traduzione di G. Masala – Nuoro: Ilisso, 2001, p. 157, fig. 49 La vita rustica della Sardegna riflessa nella lingua / Max Leopold Wagner, saggio introduttivo, traduzione e cura di G. Paulis – Nuoro: Ilisso, 1996, p. 321, fig. 97.
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